Racconti a quattro mani: l’altro è lo specchio di me
C’è un autore che mi risulta alquanto indigesto per la sua complessità e che Massimo Recalcati ha digerito per noi e reso avvicinabile. Come mamma uccello nutre i suoi pulcini predigerendo vermiciattoli e altri esserini, così Recalcati nelle sue mirabili esposizioni lineari ha ridotto il groviglio di significati delle opere di J.J. Lacan.
Dal canto mio, essendo infarcito di pragmatismo gestaltico, ho mangiato un solo vermiciattolo: la fase dello specchio. Quando ho studiato questo unico brano che porto ancora oggi dentro la mia pratica psicoterapeutica, è stato illuminante per le immagini nette che mi evocava.
Alla fine della carriera Lacan, psicanalista di formazione ma genio immortale della cultura occidentale, sintetizzava i suoi interventi con poesie che definirei minimaliste. Aveva trasformato l’arma più potente della psicanalisi ortodossa, e cioè l’interpretazione, in un’espressione artistica. La sua complessità teorica, a tratti oscura a detta dei suoi detrattori, incomprensibile per chi si avvicina ingenuamente alla sua opera, aveva scelto il candore e la potenza del linguaggio poetico.
Leggete qui la fase dello specchio.
Quella che è stata un’intuizione di Lacan, un altro grande psicanalista D. Winnicott, l’ha osservata nella sua pratica clinica e ne ha confermato la validità. La prosa di Winnicott è di una semplicità disarmante. Traspare dai suoi scritti l’amore per il suo lavoro e la chiarezza con cui si approccia ai fenomeni che incontra rende la lettura gradevole e piena di spunti di riflessione sull’operatività.
Questi fenomeni (leggete l’ironia altrimenti rischio di sembrare un mostro scientista) sono i bambini che cura.
C’è un filo rosso che lega due autori che s’incontrano nella comunità scientifica psicanalitica e fanno germinare idee. Dalle idee discendono pratiche, che vengono sottoposte in un secondo momento alla lente della riflessione per poi diventare processi terapeutici: dalla Storia alle storie.
Nella relazione terapeutica tanti fili rossi creano un intreccio, per designare questa area intermedia di esperienza tra me e non me, tra dentro e fuori.
Il GIOCO della relazione, il fantasticare,il creare, infrangono le barriere tra il dentro e il fuori, tra il me e il non-me. É in questo gioco che nasce l’alterità, la possibilità stessa della relazione.

Comparazione speculare: la danza del rispecchiamento in equilibrio sull’abisso
C’è un filo rosso che lega due racconti e due esistenze. Su questo robusto filo intrecciato di canapa e ricordi, corrono un’alleanza in ambito lavorativo e un’amicizia nascente ma già matura. Come funamboli avventati abbiamo ripercorso ognuno per sé, in equilibrio su i piedi vacillanti e incerti ad ogni passo, due eventi della nostra infanzia.
L’infanzia è un luogo mitologico, proprio come l’ospedale di Marco ( vedi autonarrazione…) o la chiesa di Massimiliano. Scenari dove si animano i racconti e i personaggi, pedine del destino che muovono le mosse sulla scacchiera del mondo.
Massimiliano giocatore serio dall’etica irreprensibile mi ha onorato accettando il mio invito. Studente ergastolano non smetteva mai d’imprigionarsi nei libri, le parole come le sbarre della sua libertà vigilata. Animo gentile, nei gruppi che conduceva come formatore di pnl, non ha mai smesso di profondere feed back positivi. Ne parlava della necessità dei feed back negativi ma come di una possibilità teorica: non gliene ho mai visto dare uno.
Esponeva le sue argomentazioni aggrappato a tre penne bellissime come quando i bambini imparano a camminare. Si perché ogni seminario era unico come le emozioni che esplorava, ad ogni persona manifestava il suo interesse un po’ distaccato ma sempre indagatore. Studiava una quantità di libri con uno sforzo per me insostenibile e rispetto alla mia attitudine di lettore c’era una proporzione inversa. Riusciva a condensare dieci libri in poche frasi, io di un libro che mi affascina posso parlare per anni perdendomi e ritrovandomi mille volte. Ora Massimiliano ha finito il suo ultimo libro, l’ha consegnato alla montagna non per avaro eremitaggio ma perché le sue parole svolazzino tra gli alberi come uccelli messaggeri. Anch’io ho finito le parole ma mi restano i puntini sospensivi con cui Massimiliano concluse il racconto in attesa che la nostra alleanza si esprimesse nell’agone di un seminario di pnl. Ci siamo incontrati molte volte ma questa volta posso abbracciare solamente la sua assenza.

(Racconto: Meglio le giostre!)
Avrò avuto 4 o 5 anni. Tutte le mattine il pullman del prete ci veniva a prendere per portarci all’asilo. Vivevo già allora in un misto di angoscia e tristezza. Ancora oggi quando passo davanti a qualche vecchia materna in stile fascista risento quel sapore acre e dolciastro, quell’emozione di sconforto e fiato sospeso che provavo di fronte all’ingresso della materna, la sensazione di dover entrare in un mondo più grande e inospitale.
A guardare indietro c’era anche la sensazione di affrontare qualcosa di imponente, che mi stava aspettando, un varco attraverso cui sarei dovuto passare, senza scampo, e di fronte a cui potevo portare solo l’intensità della mia paura e della mia eccitazione in gran parte vissuta in modo sconvolgente.
La smodatezza delle mie emozioni era anche la mia forza, una energia che mi spingeva ad attraversare quella porta, forte solo di alcune piccole rassicurazioni, tipo che mi sarebbero venuti a prendere a fine mattinata e che avrei trovato la macchina dei miei ad aspettarmi in quello stesso posto dove mi avevano lasciato. Ricordo ancora la trepidazione del ritorno, uscire fuori e cercare le facce di mamma e papà e finalmente ritrovarle. Era una faccenda mia comunque, un problema mio, già allora avevo questa acuta percezione che me la sarei dovuta vedere da solo, che era farina del mio sacco, che non avrei potuto contare su di loro ma al limite verificare se rispettavano i patti, se erano affidabili. Non credo che loro si siano mai resi conto di questo, ed io di non avere mai fatto nessuna scenata.
Tutto poi si faceva routine, mi abituavo e mi sentivo bene, benvoluto e persino amato dalle suore di un amore giusto, ben distribuito fra tutti. Ricordo un giorno che mentre arrivavo con il pullman ero rimasto folgorato dallo sguardo di una compagna, uno sguardo di una tristezza infinita, cose che vedevo io, ma ero mosso da una compassione smodata, e mi sentivo innamorato perdutamente e credo di essermelo pure detto, che io l’amavo e che avrei voluto starle vicino. Erano tutte fantasie , perché poi non ho nemmeno ricordi di averci parlato o di averla avvicinata! Ma che strano, eppure questo sentimento mi dava gioia e una ragione per andare all’asilo.
Vabbé ma quando entravo nella routine sapevo sempre come fare, ero bravo a fare i lavori, a partecipare, mi immergevo nelle attività e i compagni mi cercavano spesso per questo. Di alcuni amichetti ricordo ancora il nome, persone con cui avevo un attaccamento, un affetto speciale. Mi é rimasto impresso un ricordo di quei tempi, di una volta in cui ho letteralmente raggirato uno di loro, con la scusa di voler proteggere il suo “uomo ragno”, un pupazzetto di quelli che piacevano tanto a noi maschietti, l’ho convinto a portarlo nel mio armadietto, promettendo un servizio di sicurezza all’avanguardia e soprattutto efficacissimo contro i malintenzionati che avrebbero potuto portarglielo via…il seguito é prevedibile, il pupazzetto me lo sono intascato io, e mi é toccata pure la gogna l’indomani a scuola davanti a suor Franca e tutti i compagni, con tanto di confessione e penitenza , accompagnato da mio padre che la sera mi aveva già sequestrato la refurtiva! Devo essere stato trattato molto bene, nonostante il misfatto, perché non ricordo traumi o sensi di particolari, o forse li ho rimossi…
Le ancore sono gestalt, le gestalt sono storie!
Solo noi condividiamo il significato di questo segreto aforisma. E giuro che me lo porto nella tomba perché in paradiso una bottiglia di whisky giapponese e le sue tre penne saranno gli oggetti che ci faranno incontrare per un’altra godibilissima partita a scacchi.







